Test e croce

Migliaia di animali nei laboratori italiani, milioni in Europa e nel mondo, intossicati, feriti, tenuti in gabbia, uccisi ogni anno per testare farmaci, prodotti chimici e di bellezza. Quando arriverà l’ora di finirla?

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I dati sono di quelli che impressionano: 911mila all’anno nei laboratori d’Italia, arrivano a 12milioni in Europa, 115milioni stimati nel mondo gli animali utilizzati e uccisi per la sperimentazione scientifica. Mentre non ci sono dati sugli animali utilizzati già soppressi – e quindi appositamente uccisi – perché non c’è nessun obbligo normativo che preveda la comunicazione di questi dati, come non esiste nessuna statistica sugli stabilimenti degli allevatori e dei fornitori di animali. Intossicati, sfigurati, feriti nella migliore delle ipotesi sotto anestesia (che, però, non dura per giorni, mentre il dolore resta), fatti ammalare, bloccati in una scatola per una vita che finisce quando lo decide l’uomo.

ragionevole dubbio Perché? «Recenti pubblicazioni hanno dimostrato come il processo di autorizzazione e attuazione delle procedure sia svicolato dalla razionalità scientifica per perseguire interessi economici dalle dubbie finalità – precisa Michela Kuan, biologa e responsabile Settore Vivisezione della LAV (Lega Anti Vivisezione) –. Sono, infatti, numerosi gli esperimenti eseguiti su animali che vengono condotti ogni anno sia a livello nazionale che internazionale e pochi di questi riescono a essere pubblicati lasciando il ragionevole dubbio che ci siano ingenti sprechi di denaro, lavoro e vite animali. Anzi viene il sospetto che si stiano rallentando le scoperte scientifiche a fronte di interessi economici e carriere. Su 1.534 pubblicazioni scientifiche esaminate (tutte tratte da otto fra le maggiori riviste del settore) il 17 per cento dichiara un finanziamento da parte dell’industria e il 12 per cento la presenza di almeno un autore con qualche incarico presso imprese farmaceutiche. Con la scontata conseguenza che gli studi che dichiarano conflitti di interesse abbiano la tendenza a ottenere risultati più positivi rispetto alla media, cosa che potrebbe mettere in dubbio la correttezza degli esiti». E su questo insistono anche gli scienziati del Comitato Scientifico Antivivisezionista: «la sperimentazione si fa per motivi economici, non scientifici, sulla pelle degli animali e dei consumatori perché ogni specie possiede una propria autonomia fisiologica e biochimica per cui i dati finali di un esperimento non possono essere trasferiti da una specie a un’altra».

Insomma l’ultima cavia resta sempre l’uomo. Non la pensa così Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano che puntualizza: «la sperimentazione animale non è un sadico divertimento, ma un mezzo per ora insostituibile – non si può andare con un nuovo farmaco direttamente nell’uomo, anche perché le leggi di tutti i paesi civili richiedono che sia stata eseguita una sperimentazione animale – per minimizzare i rischi connessi alla sperimentazione dei nuovi farmaci e all’utilizzo di nuove sostanze chimiche da parte dell’uomo. I contestatori basano le loro considerazioni su due ordini di argomentazione: l’animale non è l’uomo e perciò la sperimentazione è inutile se non dannosa; esistono tecniche alternative che sono più produttive della sperimentazione animale. Che l’animale non sia l’uomo è evidente a tutti, se non fosse così non sarebbe per nulla necessaria la sperimentazione clinica – prosegue Garattini –. Occorre perciò chiarire che l’animale  è un modello dell’uomo e come tale va considerato. L’uso dei modelli è diffuso in tutte le attività umane complesse. Nessuno sale direttamente sulla montagna per costruire una diga, prima si preparano dei modelli sempre più grandi e quando si sono raccolti i risultati si passa alla realizzazione. Nessuno può essere sicuro che quanto si è visto nella simulazione sia garanzia assoluta di non incontrare problemi perché si tratta di un modello.

L’animale è comunque un modello plausibile perché possiede gli stessi organi dell’uomo (fegato, cuore, cervello, polmoni ecc.), le stesse funzioni basali (respirazione, circolazione, motilità intestinale ecc.), gli stessi mediatori chimici e gli stessi ormoni».

povere bestie È perciò molto probabile che le risposte degli animali ai farmaci abbiano analogie con quanto succede nell’uomo? «Naturalmente occorre studiare più specie animali per raccogliere informazioni che permettano di andare nell’uomo con buone prospettive di efficacia e di sicurezza. E ricordo che non avremmo oggi i vaccini, farmaci sofisticati e gli stessi trapianti d’organo se non ci fosse stata prima un’adeguata sperimentazione animale. Ciò non toglie che sia auspicabile ridurre, quando è possibile, il numero degli animali e raffinare le condizioni sperimentali per evitare loro inutili sofferenze», conclude Garattini.

In realtà la vivisezione, dietro questo paravento di scientificità, si è dimostrata talvolta anche fuorviante, come nel caso della penicillina. Questa sostanza è il primo antibiotico scoperto e pertanto la sua importanza ed efficacia sugli esseri umani non è in discussione. Al contrario pochi sanno che la penicillina è altamente tossica per le cavie e i criceti. Fortunatamente all’inizio non fu sperimentata sugli animali e solo per questo oggi possiamo disporre di una sostanza utilissima.

Ma l’esempio più evidente delle contraddizioni della vivisezione è il caso del Talidomide, un sedativo commercializzato alla fine degli anni Cinquanta dopo aver superato tutti i test di routine senza aver evidenziato alcun grave effetto collaterale sugli animali. Nell’arco di pochi anni, però, il Talidomide fu responsabile della nascita di circa 10mila bambini focomelici.

l’ora di finirla Ma torniamo all’oggi. Le prese di posizione molto forti degli antivivisezionisti trovano conferma nei fatti. La legge ha imposto prima di commercializzare un farmaco o un componente chimico di un prodotto, e prima dei test obbligatori sugli esseri umani, che si facciano test sugli animali. Una trafila che diventa solo un espediente per le grandi società, una prova con cui possono difendersi in caso di danni alla salute arrecati dai loro prodotti sostenendo che loro i test li hanno fatti. Infatti, affermano alla Lav, «nonostante il decreto 116 del ’92 si esprima fortemente a favore dei metodi alternativi e definisca linee guida restrittive sull’utilizzo degli animali ai fini sperimentali, il ricorso agli animali non è diminuito negli anni anche perché la legge, nei fatti, lascia molte possibilità di movimento tramite deroghe e autorizzazioni. È ancora possibile ricorrere a animali d’affezione come cani, gatti, specie in via d’estinzione tra cui le scimmie, oltre a topi, ratti, conigli, cavalli, pesci, uccelli ecc. Inoltre il 15 per cento degli esperimenti è condotto senza anestesia e non sono previsti obblighi di ispezione, controlli o valutazioni retrospettive».

Fa riflettere che l’80 per cento degli esperimenti venga approvato dal Ministero della Salute per silenzio-assenso, cioè senza il rilascio di un’autorizzazione specifica: se, infatti, a seguito dell’invio all’Autorità competente della scheda relativa al progetto non si riceve risposta, il progetto è da considerarsi autorizzato. Eppure la Direttiva europea (che risale al 1986) è persino peggiore, perché ancora meno restrittiva di quella italiana. Ma per fortuna qualcosa sembra cambiare, dopo anni di campagne e lungaggini burocratiche. È in atto un processo di revisione normativa – in realtà iniziato due anni fa – che dovrebbe portare alla definitiva acquisizione di una nuova legge a fine estate. Rispetto alla normativa attuale sottolinea la necessità di ricorrere ai metodi alternativi, introduce maggiori tutele per le scimmie grandi, quelle più vicine all’uomo, prende in considerazione le ispezioni che adesso non ci sono presso gli stabulari – le strutture dove vengono messi gli animali per gli esperimenti –, la verifica sull’effettiva utilità dell’esperimento in alcuni campi e delle condizioni in cui vengono tenuti gli animali (per gli animalisti mai comunque accettabili, ndr) e dei controlli veterinari che devono essere giornalieri ecc. «Ma non basta – riprende Kuan – perché nel complesso la normativa continua ad essere lacunosa e lascia nei fatti troppo margine di interpretazione.

Inoltre si potrà ancora ricorrere a cani e gatti, effettuare procedure altamente dolorose, utilizzare animali in via d’estinzione che in molti casi, come per le scimmie, vengono catturati in paesi poveri e portati via per lunghi viaggi transoceanici in condizioni intollerabili». In ogni caso se è vero che la legge sarà varata a fine estate, ci vorranno anni per l’adeguamento e per la sua trasposizione nei singoli paesi, in altre parole non è ancora arrivata l’ora di finirla.

valide alternative «È necessario dunque implementare i metodi alternativi che si basano sul principio delle 3R: Raffinamento, Riduzione, Rimpiazzamento – spiega Kuan –. Con Raffinamento s’intende il miglioramento delle tecniche sperimentali, compiute pur sempre sugli animali, ma in modo da ridurne la sofferenza; poi c’è la Riduzione del numero di animali usati per la stessa procedura e il Rimpiazzamento, l’unica R totalmente sostenuta dalla LAV, che comporta la completa sostituzione dell’animale. A differenza degli esperimenti sugli animali, i metodi alternativi devono essere internazionalmente validati dal Centro Europeo per la Validazione dei Metodi Alternativi (ECVAM), il tempo di validazione è di circa 10 anni, tempo necessario per eseguire i dovuti controlli. I metodi sono moltissimi e in gran numero già diffusi nella ricerca soprattutto nella cosmesi; tra i più noti, quelli in vitro, come le colture di cellule e di tessuti umani che permettono ai ricercatori di studiare e predire le reazioni del corpo umano. Ad esempio, cellule di sangue e tessuto canceroso servono a investigare sulle modalità con cui i virus causano le infezioni; la placenta umana può servire per provare se certi farmaci possono o meno passare la barriera placentale dalla madre al bambino ecc.». E una ragione in più per adottarli in via definitiva è che i metodi alternativi costano meno del ricorso agli animali. Ma dietro questo tipo di sperimentazione ci sono interessi economici altissimi, da chi fornisce le gabbie alle grandi industrie. E si ritorna al punto di partenza.

la morte ti fa bella Ma almeno per la cosmesi la normativa europea prevede che entro il 2013 siano utilizzati solo i metodi alternativi. In realtà l’iter legislativo è partito nel 2004 quando l’Europa mise al bando la sperimentazione animale per i prodotti finiti, ed è proseguito nel 2009 con il divieto di tutti test anche per gli ingredienti, meno tre, molto invasivi perché legati alla tossicità nel tempo, infliggendo agli animali livelli di sofferenza altissimi per lunghissimi periodi. Tutto per la nostra bellezza... Intanto ai consumatori responsabili il consiglio delle associazioni dei consumatori e animaliste è quello di leggere bene le etichette dei prodotti. Ci sono aziende come Coop che hanno aderito allo standard internazionale per i prodotti cosmetici totalmente senza animali. Sul sito www.lav.it nella sezione dedicata alla vivisezione è pubblicata una “Guida al non testato” per i cosmetici con l’elenco delle aziende che hanno aderito, tutte certificate in Italia dall’ICEA (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale), un ente super partes di biologi e chimici che controlla materie prime e laboratori. In linea di massima quindi far riferimento a marche che aderiscono allo standard “cruelty free”, anche perché prima che ogni stato recepisca la normativa europea e la legge entri realmente in vigore anche in questo caso passeranno anni. E non dimenticare che a stare chiuso in un laboratorio per anni, a subire torture di ogni sorta, può essere un cane come quello che portiamo a spasso ogni sera.

 


 

Disumano troppo disumano
In Italia 138 ratti sono stati esposti a rumori assordanti (115dB) e privati del sonno per 3 giorni, sono stati sospesi in un recipiente pieno d’acqua contenente solo una piccola e metallica piattaforma in modo che nel caso si fossero addormentati sarebbero scivolati giù. Alcuni di loro, addirittura, sono stati girati nell’acqua per aumentare il livello di stress; dopo questo trattamento traumatizzante, gli animali venivano nuovamente esposti allo shock acustico. I ricercatori hanno quindi concluso che la deprivazione del sonno e alti livelli di stress portano a risposte acutizzate verso sorgenti di paura e di sofferenza. A fare strage di innocenti ci si mette anche l’etologia, branca scientifica che dovrebbe indagare il comportamento animale tenendo conto dell’evoluzione di una specie specifica. Per dimostrare le capacità limitate di socializzazione con danni cerebrali, in Inghilterra hanno lesionato il cervello a macachi e sotto stimoli negativi collegati alla paura, quali serpenti e l’uomo, hanno dimostrato che i macachi con disturbi neurologici indotti chirurgicamente erano meno socievoli con i propri simili. La violenza fisica e psicologica su questi animali è inimmaginabile.

 


 

Sulla pelle degli animali
I più comuni test di tossicità.

LD50 il più tremendo, micidiale. Test di tossicità di una sostanza chimica che consiste nel somministrare la sostanza in dosi crescenti a gruppi di animali fino a stabilire la quantità sufficiente per ucciderne la metà. Draize Test oculare metodo di valutazione della capacità di una sostanza di irritare i tessuti dell’occhio umano. La sostanza viene instillata negli occhi dei conigli albini per poi esaminare a distanza di vari giorni i danni che provoca ai tessuti dell’occhio.

Draize Test cutaneo metodo di valutazione della capacità di una sostanza di irritare la cute umana. Si applica la sostanza in esame sulla pelle depilata e abrasa di animali (in genere conigli o cavie) per poi valutare a distanza di tempo l’irritazione provocata.

Test di fototossicità per valutare la reazione all’esposizione alla luce visibile o UVA della cute degli animali quando ad essa è applicato il cosmetico in esame. Utilizzati conigli, cavie, ratti o topi.

Test di cancerogenicità per stabilire se una sostanza è o meno cancerogena. In genere fatto sui roditori a cui viene fatta ingerire o inalare la sostanza anche per diversi anni. In seguito gli animali vengono uccisi e sottoposti ad autopsia per stabilire la presenza di eventuali tumori nei loro tessuti.