Un duro lavoro
Sarebbe interessante sapere quali sono le strategie del Ministero dell’Ambiente italiano in questa congiuntura economica difficile e in un contesto internazionale in cui si comincia a parlare di green economy con sempre maggiore insistenza. Invece i destini ambientali del paese restano ambigui e anche di tattiche se ne vedono poche.
In Italia il cemento e l’asfalto mangiano 250mila ettari di territorio ogni anno, mentre il fuoco ne distrugge circa 50mila. Il resto è preda delle automobili e dei camion (36 milioni di autoveicoli, un record europeo, in proporzione), dell’inquinamento da traffico e di aree metropolitane da incubo. Negli ultimi 15 anni circa tre milioni di ettari, un tempo agricoli, sono stati asfaltati e/o cementificati, producendo inoltre migliaia di capannoni vuoti e 25 milioni di vani sfitti: suolo sottratto all’agricoltura, terreno che ha cessato di produrre vera ricchezza. La cementificazione riscalda il clima, pone problemi alle falde idriche e non reca più alcun beneficio economico. Questa è la monetizzazione del territorio, cioè la svendita di un patrimonio collettivo ed esauribile (il suolo) per finanziare i servizi pubblici ai cittadini.
Così i centri storici si svuotano e dove prima esistevano paesi, comuni, identità municipali, oggi si trovano immense periferie urbane, quartieri dormitorio e senz’anima: una “conurbazione” ormai inarrestabile per molte aree del paese (per esempio la “città diffusa” padana). A tutto questo si aggiunge una corsa insensata alle grandi opere inutili, come il ponte sullo stretto di Messina, che paleseranno il loro danno solo dopo la costruzione, quando sarà troppo tardi per porre rimedio. Queste opere saranno pagate dai contribuenti e non dai privati, come spesso si lascia intendere: nel caso del ponte, infatti, non si riesce a capire come si possano prevedere 100mila veicoli al giorno quando oggi se ne vedono solo 18mila; e come non possa essere in perdita, visto che tutti i collegamenti di questo tipo lo sono, dal Golden Gate Bridge (che perde oltre 30 milioni di dollari all’anno) all’Eurotunnel sotto La Manica.
Come se non bastasse, l’Italia torna a costruire nuove centrali nucleari senza nemmeno sapere dove mettere le scorie delle vecchie e avendo molti dubbi su dove impiantarle, visti i rischi naturali del nostro territorio. Non abbiamo dunque difficoltà a concedere che è difficile fare il Ministro per l’Ambiente in un paese così devastato, con un’opinione pubblica quando va bene disattenta e una classe dirigente inetta. Rimarrebbero le aree tutelate a mare e a terra: circa il 10 per cento del territorio e 26 aree marine protette, baluardi che hanno resistito incredibilmente agli assalti speculativi. Ciononostante si riducono i fondi e si paventa addirittura di affidarle a privati. È un lavoro duro fare il Ministro per l’Ambiente in Italia, lo sappiamo, ma qualcuno dovrà pur farlo, no?










