Un tacco bello
Il mare e le spiagge ancora poco turistiche, le sagre nelle piazze, la musica, la buona tavola, tutti gli ingredienti del Salento con San Vito dei Normanni, Specchiolla, Carovigno, Torre Guaceto, Ostuni, Alberobello. Gita nel tacco dello Stivale.
Sarà il fascino di trovarsi sul tacco del nostro Stivale; saranno le sagre paesane organizzate in ogni luogo con almeno una piazza a disposizione; o ancora il mare e le spiagge poco addomesticate dall’industria turistica; o le radici musicali, vive quel tanto che basta da non sembrare uno spot pubblicitario. Saranno tutte queste cose insieme, probabilmente, che fanno del Salento una delle subregioni italiane più battute e apprezzate dai visitatori.
il ballo di San Vito È stato Vinicio Capossela a riassumere l’identità di questo territorio in una strofa: “Salsicce fegatini/ viscere alla brace/ e fiaccole danzanti/ lamelle dondolanti/ sul dorso della chiesa fiammeggiante”: il cibo come accompagnamento a qualsiasi momento di socialità (non solo salsicce e fegatini, ma anche purpu, cucuzzata e cavardu, solo per fare qualche esempio), non ultimo quello del cosiddetto tarantismo, di cui si parla nella canzone “Il ballo di San Vito”. Ovvero quel fenomeno tradizionalmente diffuso nella zona, secondo cui la puntura di un ragno provocava reazioni isteriche nel “pizzicato” che poteva essere guarito ballando la “pizzica”, una danza esorcizzante e liberatoria.
La chiesa, nel tentativo di domare questa tradizione pagana, non tardò a introdurre rituali propri, di cui ogni anno il 28 giugno si celebra la ricorrenza nella chiesa di San Paolo a Galatina. In alcune zone, tuttavia, la pizzica è totalmente scevra da componenti cristiane. È Il caso di San Vito dei Normanni, un comune del nord salentino, dove la tradizione è talmente radicata che negli Anni Cinquanta vi si potevano ancora contare una trentina di suonatori coinvolti nella cura del tarantismo. E proprio qui vive l’ultimo musico-terapeuta del Salento, l’ottantenne Lino Sabatelli. Girando per il paese, mentre l’orecchio è colpito dalle note di mandolini e fisarmonica, l’occhio si sofferma sui numerosi esempi di architettura religiosa e sulle tipiche rezze sanvitesi, tendine di legno fissate di fronte alle porte delle case per schermarle dal sole. In questo contesto si mimetizzano alcune cripte e grotte, insediamenti rupestri realizzati da monaci bizantini in fuga dall’Oriente.
specchiolla delle mie brame Quando non cantano e non ballano, i sanvitesi fanno il bagno nelle acque di Specchiolla, non curanti della sconfitta al gioco subita secoli or sono dall’allora feudatario che fu costretto a cedere il litorale di sua appartenenza (ricco di insenature di sabbia finissima), su cui adesso si snodano ristoranti e locali.In virtù della fortuna al gioco Specchiolla cade nel territorio di Carovigno, comune che quasi non ha bisogno del mare per attirare visitatori. Insieme alle mura megalitiche, di cui da nord e da ovest si vedono i massi squadrati, il paese è dominato dall’imponente Castello Dentice di Frasso, costruito tra il XIV e il XV secolo, che sembra quasi una presenza minacciosa sull’adiacente chiesa di S. Anna, edificata dalla famiglia Imperiali trecento anni dopo. Completano il quadro delle fortificazioni il Castello di Serranova (XVII secolo), la Torre Santa Sabina (XVI) e la saracena Torre Guaceto (XVI), mentre chi non si appassiona di rimembranze militari può farsi un giro per il paese tra i negozi di artigianato tessile, attività condotta per lo più da donne che ancora oggi lavorano a mano tappeti, arazzi, coperte e tovaglie.
Tornando da Carovigno verso il mare si arriva dritti alla Riserva di Torre Guaceto che comprende un’oasi a terra di circa 1.200 ettari e un’area marina protetta tra le più varie del territorio nazionale. La zona umida, intervallata da una macchia mediterranea a cui incendi e disboscamenti hanno assicurato una notevole estensione, fronteggia il litorale, ricco di dune sabbiose. Lo spettacolo continua sotto lo specchio del mare: se il fondale roccioso è ricco di anemoni di mare e spugne calcaree, quello sabbioso ospita vaste praterie di posidonia e, in alcune zone, scogli coralligeni.
arte bianca Spostandosi un po’ più a nord, il viaggio si tinge di bianco. Prima la calce di Ostuni, poi i trulli di Alberobello. Il centro più importante della Murgia deve la sua fama ad un accorgimento sfuggito ai centinaia di borghi medievali sparsi per l’Italia: ricorrere a una materia prima facilmente reperibile in queste zone per aggiungere luminosità alle viuzze sfruttando anche la luce riflessa. Nel bianco di Ostuni spuntano numerosi edifici religiosi: il più bello è la cattedrale, con la sua facciata in stile gotico. Allontanandosi dal paese il paesaggio offre alla vista alcune masserie, le fattorie fortificate tipiche della Puglia e della Sicilia. I toni verde e ocra sfumano di nuovo nel bianco una volta arrivati ad Alberobello, patrimonio dell’Unesco per il suo centro abitato fatto di trulli. Oltre che patrimonio architettonico, queste costruzioni affondano le radici nella storia sociale e ingegneristica della zona. Nacquero, infatti, da un’idea dei contadini, a cui i conti Conversano nel XV secolo imposero di costruire le abitazioni utilizzando nient’altro che pietre. Lo scopo era spacciarle per edifici provvisori e risparmiare le tasse sulle nuove edificazioni imposte dal Regno di Napoli.












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