Una vita da metano

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Il metano, dopo il carbone e il petrolio, è il terzo dei combustibili fossili usati nel mondo; anche le sue riserve, come quelle del petrolio, rischiano di esaurirsi in seguito a una crescente estrazione. Oltre che allo stato gassoso sotto pressione nel sottosuolo, il metano si presenta nella curiosa forma solida di combinazione con acqua, quella degli idrati di metano che esistono a bassa temperatura e sotto elevate pressioni. Gli idrati di metano sono costituiti da una specie di gabbia contenente 46 molecole di acqua e 8 molecole di metano; un metro cubo di idrato di metano contiene circa 165 metri cubi di metano.
La scoperta degli idrati di metano risale agli anni Trenta del Novecento quando si è osservato che nei metanodotti che attraversavano zone fredde si verificavano ogni tanto degli intasamenti dovuti a solidi cristallini, simili al ghiaccio, rivelatisi costituiti dalla combinazione di metano e acqua. Grandi depositi di idrati di metano sono stati scoperti sul fondo degli oceani dove il metano, formato dalla decomposizione microbiologica della materia organica che vi si trova, si combina con l’acqua perché le temperature sono basse ed è elevata la pressione della massa d’acqua sovrastante; gli idrati di metano si trovano anche nel permafrost, la parte dei ghiacciai permanenti.
La quantità di metano intrappolata negli idrati di metano è stimata enorme, addirittura superiore a quella di tutti i combustibili fossili noti, messi insieme. Si può immaginare che in molti, negli Stati Uniti, in Russia, Canada, India, Giappone, hanno tentato e tentano di recuperare un po’ del prezioso metano dalla scomposizione di questi idrati. Tale scomposizione si potrebbe realizzare alterando le condizioni fisiche che ne hanno determinato la formazione e che ne permettono la persistenza – la bassa temperatura e l’alta pressione – per esempio iniettando acqua calda nei depositi di idrati di metano o allentando la pressione sovrastante i depositi.
Tutte cose che si fa più presto a dire che a fare. Tentativi di questo genere, peraltro senza successo, sono stati fatti nel Novecento da parte della allora Unione Sovietica: la Russia possiede, infatti, nelle sue regioni artiche, grandissimi depositi di idrati di metano intrappolato nei ghiacciai. Va anche detto che mettere mano nei depositi di idrati di metano può essere rischioso. Il metano, se si libera in maniera non controllata dal fondo dei mari e risale nell’atmosfera, contribuisce all’effetto serra essendo molte volte più attivo dell’anidride carbonica, l’altro gas responsabile dei mutamenti climatici.
Se anche non è vicino il giorno in cui si potrà estrarre, a fini commerciali, metano dai giacimenti dei suoi idrati, le ricerche sulla loro natura e formazione hanno già permesso di dare uno sguardo al meccanismo di formazione degli oceani e dei ghiacciai e ai mutamenti climatici delle ere geologiche passate e molti ritengono che il metano estratto dai suoi idrati possa avere un ruolo importante nell’economia energetica del futuro.

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