Unità di crisi
L’onda lunga della crisi minaccia la ripresa dei consumi. Intanto aumentano le diseguaglianze e cresce la disoccupazione. Dati e previsioni nel Rapporto Coop 2009 su “Consumi e distribuzione”.
Famiglie molto preoccupate, soprattutto di perdere il posto di lavoro e convinte che l’uscita dalla crisi sarà faccenda ancora piuttosto lunga (per il 57 per cento serviranno almeno un paio d’anni); famiglie molto prudenti (due terzi delle quali si dicono povere e una su quattro dichiara che fatica a pagare le bollette); famiglie quindi che hanno già cominciato a tagliare e rinviare le proprie spese.
Tradotto in cifre significa che i consumi italiani, nel primo semestre 2009, sono calati del 2,6 per cento, anche se il reddito netto disponibile è sceso solo dello 0,4 per cento. Sono solo alcuni dei dati salienti del Rapporto Coop 2009 su “Consumi e distribuzione”, che fotografa la società italiana in questa difficile fase economica (rapporto di cui parliamo più diffusamente nelle pagine seguenti).
onda lunga «I dati delle vendite – ha spiegato il presidente del consiglio di gestione di Coop Italia, Vincenzo Tassinari – dicono che nel corso del 2009 siamo di fronte a due film ben distinti. Il primo riguarda le vendite da gennaio a giugno, quando si registrava un trend abbastanza positivo. Poi da fine giugno è iniziato un calo netto che sta continuando tuttora. Mi pare cioè si possa dire che nei primi mesi del 2009 la crisi l’hanno sentita e pagata il sistema di welfare del nostro paese, che ha funzionato da ammortizzatore, e le imprese. Ora l’impatto arriva a colpire famiglie e consumatori».
Dunque un’onda lunga che sta arrivando e che non durerà poco. Questo nonostante non manchino voci che segnalano elementi di ripresa sul piano economico e finanziario. Ma è evidente che c’è una sfasatura nei tempi con cui questa crisi viene vissuta. Sfasatura che, se non colta, rischia di deformare giudizi e valutazioni. Infatti vedere la borsa che sale non significa nulla per l’artigiano o l’operaio che, se non trova subito risposte, rischia di chiudere l’azienda o perdere il lavoro. E questa è proprio la grande incognita dell’autunno, anche perché in molte situazioni l’uso della cassa integrazione è ormai arrivato a fine corsa. Per non parlare di quella che negli Stati Uniti chiamano già la jobless recovery, cioè trovarsi di fronte a una ripresa senza effetti sull’occupazione: la finanza riparte, ma la gente resta disoccupata. Uno spettro che potrebbe affacciarsi anche dalle nostre parti. «La crisi in Italia ha aggredito un’economia che era già più debole delle altre – spiega il presidente di Ancc-Coop Aldo Soldi –. Per cui, quand’anche le cose dovessero ripartire, noi abbiamo comunque problemi e ritardi strutturali con cui fare i conti. Una prima questione è che la crisi ha accentuato le diseguaglianze: viviamo in un paese dove il 10 per cento della popolazione detiene il 50 per cento della ricchezza. Parlo di diseguaglianze fra ricchi e poveri, tra Nord e Sud, tra uomini e donne, tra giovani e anziani. E dunque qui occorre intervenire in primo luogo per difendere i posti di lavoro.
Poi c’è sicuramente un problema legato a pensioni e salari, in molti casi ancora troppo bassi. Basti dire che per far superare la soglia di povertà alle famiglie più povere basterebbe il 2 per cento del reddito del 10 per cento di italiani più ricchi. E questo sarebbe anche un modo per rilanciare i consumi e quindi per rimettere in moto il sistema economico. Un’altra chiave fondamentale in questa fase è quella di riprendere i processi di liberalizzazione che erano stati avviati e ora sembrano messi in discussione. Mettere il consumatore al centro delle scelte è fondamentale, rinunciando a difendere lobby e corporazioni».
in qualità di Coop Tutti aspetti su cui Coop, oltre a sollecitare risposte al mondo politico ed economico, si sta già dando da fare. Oltre all’impegno sulla liberalizzazione dei farmaci da banco (di cui più volte ci siamo occupati sulla nostra rivista, ndr), continua a stabilizzare i posti di lavoro (i rapporti a tempo indeterminato sono ormai vicini alla soglia del 90 per cento) così come proseguono i piani di investimento, specie al Sud, al punto che tra il 2009 e 2011 è prevista l’apertura di 66 nuovi punti vendita di cui 24 ipermercati. A queste considerazioni più generali sul quadro della società e delle famiglie italiane, la presentazione del Rapporto Coop ha accompagnato numerosi altri elementi. Dall’analisi dei consumi è emerso che, pur in una fase difficile come questa in cui i consumi calano, gli italiani non sono disposti a sacrificare la qualità e la salubrità dei prodotti. Dunque il mix tra prezzo e qualità diventa la chiave vincente per stare sul mercato.
Chiave vincente che spiega il crescente successo dei prodotti a marchio Coop che rappresentano ormai il 22 per cento delle vendite complessive e con un fatturato annuo di 2,8 miliardi di euro, Coop è di fatto la quarta industria alimentare nazionale. I segni più negativi sul piano dei consumi vengono invece dal comparto dei beni durevoli (dal vestiario agli elettrodomestici alle automobili). Qui l’effetto del rinvio delle spese è netto: nel 2009 il calo di vendite è stato del 10,2 per cento.
bassa finanza Analizzando, invece, l’andamento dei prezzi, la previsione Coop è quella di chiudere il 2009 con un’inflazione all’1,4 contro un 2 per cento dell’inflazione Istat a conferma del ruolo calmieratore che Coop svolge. Quanto alle previsioni per il 2010, come ha spiegato Tassinari, da parte dei fornitori non ci sono, al momento, segnali di richieste di aumenti di prezzo eccessive e non giustificabili come invece avvenne lo scorso anno. «L’inflazione per il 2010 – ha detto Tassinari –, secondo le stime più ottimistiche, dovrebbe attestarsi sull’1,5 per cento, con un dato per Coop dell’1 per cento. Ma ci sono segnali di speculazioni finanziarie su alcuni mercati mondiali delle materie prime (come olio d’oliva, latte in polvere e burro) che ci preoccupano non poco».
Queste speculazioni sarebbero un film drammaticamente già visto (basta ricordare poco più di un anno fa quando, tanto il grano come il petrolio, avevano raddoppiato il loro prezzo in pochi mesi). Film che rimanda al tema delle regole della finanza mondiale che per ora sono rimaste le stesse di prima. Oltre ai temi già indicati, dal punto di vista di Coop, l’impegno per tutto il 2010 sarà comunque quello di proseguire secondo la strada imboccata già un anno fa (ricordiamo l’iniziativa prorogata sino a fine 2009 di un paniere di 100 prodotti a marchio ribassati del 20 e 30 per cento). «Nel nostro Dna c’è la tutela del potere d’acquisto delle famiglie – hanno sottolineato sia Tassinari che Soldi –. Su questo saremo ancora protagonisti con iniziative importanti e qualificate».
a nostre spese
La difficile realtà delle famiglie italiane alle prese con il carovita.
Nel 2009 i consumi di cioccolata sono aumentati del 12 per cento. Può sembrare strano, ma è proprio questa dolce notizia che conferma la crisi che stiamo vivendo. Infatti è una costante storica già rilevata in altre circostanze: quando le cose non vanno bene, gli italiani si tirano su il morale sgranocchiando cioccolato. E c’è da dire che probabilmente di cioccolato ci sarà bisogno ancora per un bel po’. Lo confermano cifre e dati contenuti nel Rapporto Coop 2009 su “Consumi e distribuzione”. Un rapporto (realizzato dall’ufficio studi di Ancc-Coop con la collaborazione scientifica di Ref) che non poteva sfuggire al racconto della difficile realtà che le famiglie italiane stanno vivendo. Illustrato dal vice presidente di Ancc-Coop, Enrico Migliavacca, il rapporto indica, per l’anno in corso, un calo di consumi del 2,3%. Ma soprattutto dice che una ripresa dei consumi pro capite non ci sarà prima del 2012.
Infatti è importante evidenziare che il calo dei consumi pro capite è superiore al calo dei consumi complessivo. Questo perché l’aumento della popolazione (quindi quasi esclusivamente gli immigrati) con più gente che va a fare la spesa, compensa (in parte) il fatto che singolarmente presi abbiamo comunque ridotto il budget disponibile.
taglio netto Si viaggia dunque col freno a mano tirato, anche perché per gli italiani la più grande paura (37% contro una media europea del 28%) è perdere il posto di lavoro. Al secondo posto c’è il timore per l’andamento dell’economia (33%), seguito dai debiti (18%) e dalla criminalità (16%, anche qui ben sopra il 9% della media europea). Tutto ciò fa sì che, soddisfatti i bisogni essenziali, si cerchi di risparmiare (37%), anche se non si intende rinunciare alle vacanze (33%).
Piuttosto si taglia da qualche altra parte. A una domanda su dove si siano operati tagli nel bilancio familiare il 61% dice su regali e feste di compleanno, il 57% sull’abbigliamento, il 54% sulle uscite nel tempo libero (cinema e ristoranti), il 49% sull’acquisto di libri e cd. Da segnalare che all’ultimo posto di questo elenco di tagli, con solo il 12% stanno, alla pari, le spese per le sigarette e per l’istruzione dei figli. Del resto, per una quota rilevante di famiglie, le difficoltà si sono sentite concretamente sulla propria pelle.
Un 25,4% di famiglie dice di aver avuto difficoltà nel pagare le bollette, un 17,6% nel pagare la spesa per generi alimentari e per medicine e salute. Difficoltà che un 11% ha invece patito sul versante della casa (mutuo o affitto).Guardando all’andamento delle vendite, il Rapporto Coop evidenzia un calo dell’1,6% negli alimentari e del 2,2% nei non alimentari. La famiglia italiana ha una spesa media mensile di 2.048 euro (cifra che è dunque indice 100). Ma questo indice varia tra il 61 per le famiglie di un solo componente, il 121 per famiglie di 3 componenti e il 137 per famiglie di 5 componenti. Differenze ci sono poi anche tra le diverse aree geografiche (se nel Nord l’indice sale a 113, al Centro siamo a 99, mentre al Sud l’indice si ferma a 81) e per condizione professionale (dal 108 di un operaio al 123 di un lavoratore autonomo). Se poi si fa un raffronto tra i consumi di un operaio e un disoccupato si scopre uno scarto del 17%, che ha le sue punte massime (a svantaggio del disoccupato) nelle spese per l’alloggio (-28%) per salute e istruzione (-45%) e per il tempo libero (-46%).
chi sale chi scende Curiosando poi tra gli andamenti di prezzo dei singoli prodotti, si scopre che gli aumenti più rilevanti si sono avuti per la pasta di semola di grano duro (+11%), per la frutta (6%), per sigarette e carrozzieri per auto (+5%) e per l’affitto (4%). Ma interessante è poi verificare il modo diverso con cui questi aumenti incidono sulla spesa di una famiglia, perché mentre la pasta incide solo per lo 0,44%, quello delle sigarette pesa per il 2%, quello della frutta per lo 0,9% e quello dell’affitto per il 2,2%. Se si rovescia la classifica, guardando alle riduzioni di prezzo più significative, svettano benzina (-15%), gasolio (-22%) e apparecchi per la telefonia mobile (-21%). Qui a incidere di più sulla spesa delle famiglie è la benzina (-1,8%).
Il Rapporto Coop cerca anche di analizzare il costo della vita, sulla base del valore di un carrello media della spesa. Ebbene le regioni più convenienti sono quelle del Sud dove (fatto 100 il valore medio nazionale) in Campania siano a 91,2 mentre in Puglia a 94,6 e in Sicilia a 97,5. Unica “intrusa” (geograficamente parlando) la Toscana con 95,8. Le regioni più care sono invece Val D’Aosta (109,1), Trentino e Liguria (107,1) e Lazio (106). Mentre vicino alla media nazionale viaggiano Veneto (100,9), Lombardia (101,1), Emilia e Marche (101,3).
facciamo il punto Un’ultima considerazione sulla composizione della rete distributiva del nostro paese. Prendendo come base l’anno Duemila, il numero di punti vendita complessivi è aumentato del 13,1% per quelli non alimentari ed è diminuito del 3,2% per quelli alimentari. Mentre per quest’ultimi il dato di leggero calo è stato costante in questi anni, con una lieve accentuazione nel 2008, per i non alimentari la crescita è stata costante, con una leggera flessione solo nel 2008.
Quanto ai diversi format presenti, in Italia gli ipermercati rappresentano il 24,1% della rete complessiva, più un 20% di grandi supermercati (cioè con una superficie tra i 1.000 e i 2.500 metri quadrati). L’Italia si conferma poi come uno dei paesi europei dove è più alta la presenza di piccole superfici (cioè sotto i 400 metri), che sono il 27,7% del totale. Come presenza di ipermercati, le quote più alte si registrano in Francia (55%) e Gran Bretagna (50,3%).












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