Vulcani attivi

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I vulcani sono belli ma fastidiosi: la lava fusa che esce distrugge campi e le abitazioni vicine, la polvere lanciata nell’aria resta a lungo su nel cielo e intralcia i voli aerei. Ma i vulcani sono anche “fabbriche” naturali di merci utili, l’alta temperatura al loro interno provoca reazioni chimiche che modificano le rocce circostanti e possono anche generare sostanze di interesse commerciale. Forse la più antica delle “merci” vulcaniche è l’ossidiana, una pietra nera dura di rocce fuse solidificate, che si trova vicino a molti vulcani fra cui, in Italia, le isole di Pantelleria e Lipari.
Nostri antichissimi progenitori hanno scoperto che l’ossidiana poteva essere usata per le punte delle frecce e ne veniva praticato un fiorente commercio in tutto il Mediterraneo; oggi è usata per pietre ornamentali per il suo bel colore lucido. Molte rocce interne dei vulcani, nel raffreddarsi all’esterno, inglobano aria e si trasformano in pomice, una roccia porosa con basso peso specifico, usata come additivo nei materiali da costruzione perché assicura un buon isolamento dal calore e dal rumore. La pomice è anche usata come abrasivo in cosmesi, nei dentifrici e nell’industria tessile. Originariamente è stata usata per “sbiancare” e rendere più soffice il tessuto jeans (“alla genovese”, è questo, storpiato, il nome con cui sono stati chiamati i jeans, tessuti da indumenti per operai). Un grande giacimento di pomice si trova a cielo aperto a Lipari, ora inattivo; l’Italia è uno dei principali esportatori di pomice (3 milioni di tonnellate all’anno) estratta da cave nelle zone vulcaniche del Lazio. Spesso all’interno dei vulcani vengono decomposte rocce contenenti zolfo che fuoriesce come gas anidride solforosa, ma anche talvolta come zolfo che si deposita col suo caratteristico colore giallo all’interno dei crateri.
All’inizio del Cinquecento Cortes, uno dei “conquistatori” spagnoli del Messico, si trovò senza zolfo, ingrediente della polvere da sparo, e se ne procurò calando dentro una cesta, all’interno del cratere del grande vulcano Popocatepetl, un suo compagno di avventure che grattò un po’ del deposito della preziosa sostanza. Fra i composti chimici trascinati in superficie dai vulcani c’è anche l’acido borico che i soffioni di Larderello per secoli hanno buttato nell’aria; con l’acqua di condensa si sono formati dei “lagoni” di fango ricco di acido borico da cui questo utile acido è stato estratto fino a qualche decennio fa. Il calore del vapore geotermico è usato da oltre un secolo come fonte di energia; avviato nelle turbine genera elettricità: in Italia circa 5,5 miliardi di chilowattora all’anno, una fonte continua e rinnovabile.
Ma le manifestazioni vulcaniche possono anche essere una fonte… di acqua potabile. Le “favare”, costituite dal vapore che fuoriesce in molte zone vulcaniche, sono spesso costituite da vapore di acqua pura, priva di sali, che può essere condensata anche con mezzi rudimentali. Fontanelle di acqua pura ottenuta dalla favare hanno funzionato per molti anni a Pantelleria e sull’Etna.

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